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Energia e guerra, una locuzione che può avere significati diversi: può essere avvertita come un’endiadi, e in questo caso si dovrebbe intendere come ‘guerra dell’energia’ o ‘energia guerreggiata’, con accezione di carattere locale; può altrimenti essere percepita con senso disgiuntivo, quindi prima questioni inerenti all’energia poi circostanze belliche associate; può ancora essere considerata espressione di concomitanza, ovvero energia e guerra argomenti non discriminabili nel tempo e di carattere assoluto. La sua interpretazione dovrebbe essere inequivocabile conseguenza del contesto. Tuttavia, Le vicende recenti economiche, militari e politiche inducono a ritenere che sia l’ultimo dei tre significati a prevalere, almeno nel senso comune dell’immediata percezione popolare. Il riferimento al conflitto iracheno è fin troppo evidente ma affatto irrilevante. La portata di quello che è accaduto, e che accadrà nei prossimi anni, in un’area nevralgica per gli equilibri energetici mondiali, si deve leggere alla luce dei parametri fondamentali del settore energetico su scala planetaria. Tutte le analisi sulle tendenze dei consumi energetici del prossimo futuro concordano, sarà ancora il petrolio il cardine del sistema d’approvvigionamento. La domanda mondiale di greggio si prevede, pressoché unanimemente, in crescita. Anche se stimata in proporzioni differenti, si può ritenere a causa delle diverse visioni strategiche dei vari analisti, tale crescita potrebbe condurre nel 2020, dagli attuali 75 milioni di barili/giorno a una domanda variabile tra i 115 milioni di barili/giorno(1) e i 90 milioni di barili/giorno(2). Non considerando le problematiche concernenti i differenti tassi di crescita dei consumi petroliferi per area geografica e per categoria economica (paesi OCSE, Paesi in via di sviluppo, ecc.), né le ragioni che conducono a previsioni quantitative sostanzialmente diverse, e che attengono alle modalità di valutazione delle riserve di petrolio, argomento peraltro di grande interesse e d’interpretazioni non univoche, è opportuno soffermarsi sul significato geopolitico ed economico delle previsioni sull’andamento dei consumi rispetto alla circostanza che esse si riferiscono a una risorsa esauribile. Quando una risorsa è quantitativamente finita, com’è il caso dei combustibili fossili, in presenza di un elevato numero di giacimenti della risorsa stessa (leggi nello specifico sistemi petroliferi) e di un relativamente alto numero di compagnie in grado di esplorarli e coltivarli, l’evoluzione dello sfruttamento della risorsa, in termini sia di scoperte annuali sia di produzione annuale, segue le leggi statistiche della distribuzione casuale secondo il ben noto teorema del limite centrale. Pertanto, la curva dell’andamento delle scoperte e la curva dell’andamento della produzione, espresse secondo la quantità in funzione dell’anno, assumono una forma a campana prossima alla curva di Gauss. Dall'esame della curva di produzione, si desume che in una prima fase, quando la risorsa è abbondante, la crescita della domanda può essere soddisfatta da una produzione in aumento annuale, con tassi progressivamente più elevati. In prossimità del massimo assoluto della curva, che rappresenta il picco di produzione della risorsa, raggiunto quando circa il 50% della stessa è stato già utilizzato, la produzione annuale continua ad aumentare ma con tassi sempre più bassi. Superato il picco, la produzione nella prima fase di decremento segue tassi annuali crescenti, per tendere poi all'estinzione con tassi decrescenti. M. King Hubbert, geologo della Shell, nel 1956 fu il primo ad applicare questo modello ai sistemi petroliferi, prima alle singole regioni degli Stati Uniti, poi all'intera produzione nazionale di greggio: egli fu così in grado di prevedere, escludendo l'Alaska, un picco di produzione intorno al 1969. Previsione brillantemente confermata nei dati ufficiali, infatti la produzione di greggio USA-48, ovvero esclusa la produzione dell'Alaska e quella dei giacimenti di mare profondo (profondità>500m), si trova attualmente nella parte declinante della curva con picco raggiunto nel 1971. Anche la curva di produzione dei giacimenti in Alaska ha superato nel 1990 il picco e attualmente vive la fase del declino. Il modello delle curve di Hubbert è stato successivamente applicato per estrapolare previsioni sulla produzione di greggio delle varie province petrolifere fuori degli USA e anche della produzione mondiale complessiva. Secondo lo scenario elaborato dall'ASPO (Association of the study of peak oil), che colloca il picco di produzione mondiale nel 2010 (fig. 1) con produzione giornaliera di petrolio convenzionale in quell'anno pari a 83 milioni di barili/giorno, nel 2075 sarà stato prodotto tutto il petrolio disponibile nella misura di circa 2700 miliardi di barili, compreso quello non convenzionale (sabbie bituminose, giacimenti polari, giacimenti di mare profondo, liquidi da idrocarburi gassosi). Questa impostazione metodologica, attualmente considerata attendibile anche da alcune multinazionali del settore (Shell in primo luogo), è tuttavia ignorata, almeno in via ufficiale, negli scenari prospettati da autorevoli operatori: USDOE, IEA, OPEC (Organization of the petroleum exporting countries), OGJ (Oil & gas journal). Tali interpreti dell’ottimismo petrolifero, adattando opportunamente alcune caratteristiche del modello a specifiche finalità strategiche, giungono alla conclusione che il picco di produzione è ancora lontano nel tempo e che inoltre non è possibile prevedere le modalità di declino della produzione. In primo luogo, argomentano che le curve di Hubbert, dette anche logistiche poiché mutuate da un classico modello di crescita demografica in ambiente confinato (domicile in francese da cui l’inglese logistic) applicato alla mosca della frutta (Drosophila), non possono corrispondere al reale andamento delle scoperte e della produzione essendo simmetriche rispetto al massimo della funzione (picco). La caratteristica di simmetria è determinata dall’invariabilità delle condizioni a contorno, ovvero l’ambiente confinato per l’applicazione demografica della Drosophila, che nel caso specifico dei sistemi petroliferi non è confermata a causa sia degli sviluppi della ricerca e della tecnologia sia dei cicli economici di riferimento. I miglioramenti dei metodi di prospezione e delle tecniche di coltivazione dei giacimenti condurrebbero rispettivamente a incrementare ulteriormente le riserve, attraverso nuove scoperte e attraverso un migliore dimensionamento dei sistemi già individuati, e ad aumentare significativamente il fattore di recupero del greggio dai campi in produzione, quindi a spostare nel tempo il picco e a delineare una curva caratterizzata da produzione declinante con tassi inferiori rispetto a quelli relativi alla fase di produzione crescente. Inoltre, anche le variazioni del contesto economico interverrebbero sulla forma della curva, cicli espansivi, crescita della domanda, ecc., favorirebbero investimenti in prospezione e coltivazione, inducendo un incremento delle riserve a carattere impulsivo. Le precedenti argomentazioni hanno senza dubbio buone ragioni per essere formulate, tuttavia se opportunamente considerate non inficiano le conclusioni dell’analisi impostata sulla teoria di Hubbert. Per quanto riguarda la rivalutazione quantitativa (ricostituzione) delle riserve già in essere, che è motivata dalla buona pratica di sottostimare inizialmente le nuove scoperte oltre a essere condizionata dai risultati dell’applicazione di nuove tecnologie, è sufficiente retrodatare il nuovo valore all’anno di scoperta del sistema petrolifero per riportarsi nei termini dell’andamento di una curva logistica. Per quanto invece attiene agli effetti del miglioramento del fattore di recupero del greggio e delle caratteristiche di ‘stop and go’ dell’attività esplorativa, si deve precisare che le curve di Hubbert rappresentano un’approssimazione di quelle reali, nella quale possono rientrare le deviazioni in considerazione. Esiste inoltre una prova consistente, forse definitiva, a sostegno del buon grado di attendibilità della stima delle riserve secondo il modello di Hubbert: l’andamento delle cosiddette creaming curve. Si tratta di funzioni che rappresentano nel piano cartesiano il numero cumulativo delle scoperte in un sistema petrolifero (giacimento, bacino sedimentario, regione, area macroeconomica, ecc.) in funzione del numero cumulativo di nuovi pozzi esplorativi effettuati nello stesso. Tali curve, che con il tipico andamento asintotico (a plateaux, fig. 2) individuano le risorse complessive del sistema considerato, confermano generalmente le previsioni basate sulle curve di Hubbert (in figura è riportato il caso dei paesi OPEC mediorientali). In conclusione, ci sono validi motivi per ritenere prossima la fase in cui l’offerta di petrolio non sarà più in grado di sostenere la domanda. Raggiunta tale condizione, i paesi con sistema energetico centrato sugli idrocarburi ai quali non sarà consentito un accesso diretto al greggio dovranno affrontare sofferenze economiche strutturali. Pertanto, è prevedibile che gli Stati oggi al vertice del sistema economico-finanziario fondato sul petrolio siano disposti a esercitare tutte le opzioni, compresa quella militare, per garantirsi una via privilegiata d’approvvigionamento energetico. In questo panorama, non è casuale che il governo USA, il paese dal consumo pro capite di petrolio più elevato in assoluto, consideri il controllo della sicurezza degli approvvigionamenti di greggio come la priorità strategica d’interesse nazionale. Nel caso degli Stati Uniti, l’intervento militare nei confronti del paese OPEC dal più alto rapporto riserve/produzione sembra inoltre essere condizionato da gravi rischi d’ordine finanziario. La prospettiva di un eventuale passaggio dal dollaro all’euro come valuta di riferimento nelle transazioni petrolifere, fatta balenare dalla scelta in tal senso del governo iracheno nel corso del 2002, metterebbe l’economia statunitense nella condizione di non poter garantire la gestione dell’ingente debito estero. Nel trattare brevemente un tema così complesso come quello dei rapporti tra disponibilità delle risorse e dimensione della condizione di conflitto tra le nazioni, si è voluto prescindere da implicazioni di carattere sia etico-morale sia ambientale (diritto all’autodeterminazione delle nazioni, sviluppo sostenibile, protocollo di Kyoto). Tuttavia, è opportuno rilevare che nell'affrontare problematiche relative al confronto dei costi complessivi tra differenti fonti energetiche, questi ultimi rilevanti aspetti non possono essere tralasciati. (1)USDOE, US Deparment of Energy ; IEA, International Energy Agency
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